Il quarto capitolo della Bhagavad Gita

In questo capitolo Krishna spiega al suo confuso discepolo Arjuna quale sia il suo Yoga.

Lo Yoga di cui parla Krishna è immortale ed è lo stesso già esposto in epoche precedenti a grandi uomini saggi. Il dio fa dono ad Arjuna della spiegazione di questo sistema yogico-filosofico poiché questi è un sincero devoto. Si tratta di una forma di Yoga superiore a tutte le altre poiché completa ed in grado, se applicata, di condurre realmente al Divino.

Arjuna esprime i suoi dubbi per il fatto che i nomi citati da Krishna quali depositari primi di questa conoscenza appartengono ad uomini nati prima di lui. Come può essere possibile?

Inizia la spiegazione della teoria dell’Avatar. Krishna riprende il concetto dell’immortalità dell’anima, già esposto nel capitolo secondo, e delle numerose reincarnazioni cui è soggetta, senza che gli individui singoli ne abbiamo memoria. Krishna afferma, tuttavia, di essere consapevole di tutte le sue precedenti incarnazioni poiché egli non è un essere umano come tutti gli altri, ma la sua natura è divina: è la personificazione del Sé imperituro che ha preso le sembianze di essere umano proprio grazie ai suoi poteri.

Il concetto di incarnazione del divino in un corpo umano non è esclusivo del pensiero indiano, ma, mutatis mutandis, è comunemente accettato dalla religione cristiana, che fa perno per l’appunto intorno alla figura di Cristo, il Dio-Uomo, e da quella buddista.

Questa teoria è stata confutata soprattutto dai pensatori razionalisti i quali affermano che se esistesse un Dio sarebbe così trascendente da non poter in nessun modo interagire con il mondo materiale; Krishna dimostra di conoscere questa obiezione che lo stesso Arjuna potrebbe muovergli spiegando che proprio grazie alla sua Essenza trascendente, che pervade ogni cosa, riesce ad incarnarsi nel corpo di un uomo. Il Brahman è tutto, la realtà che gli esseri umani percepiscono esiste in quanto permeata dall’azione divina. Niente esiste al di fuori dell’Essere Supremo, il non-nato.

Krishna spiega, inoltre, che “discende” nel mondo ogni volta che l’ingiustizia rischia di prevalere sulla giustizia: il suo, dunque, è un intervento finalizzato al ripristino della giustizia ed alla protezione dei buoni dai malvagi.

Il fine ultimo delle reincarnazioni dell’anima è proprio quello di non avere più necessità di reincarnarsi, cosa che avviene quando si raggiunge la vera Conoscenza.

Il concetto dell’Avatar non si spiega tuttavia solo come intervento riparatore, giacché il Sé Supremo ha creato delle regole (leggi da rispettare, grandi saggi) che di per sé potrebbero garantire la giustizia tra gli uomini. Il Divino, infatti, diviene uomo per permettere agli uomini di elevarsi: ogni incarnazione costituisce la via verso il Sé e la possibilità per l’umanità di nascere a nuova vita.

Tutti gli esseri umani in maniera diversa ricercano il Sé supremo e tutti vengono ricompensati nella misura in cui Vi si abbandonano.

Krisha ritorna sull’importanza dell’azione specificando quattro punti essenziali che caratterizzano le azioni dell’uomo liberato.

Il saggio, infatti, è colui che in primo luogo compie ogni azione sotto l’impulso di un’ardente tensione verso la Conoscenza.

In secondo luogo egli non è spinto dal desiderio e questo non vuol dire che compia azioni in maniera non convinta; al contrario chi agisce nel Divino e per il Divino ha una maggiore forza ed energia poiché la sua volontà è resa granitica dalla volontà divina che opera in lui.

Inoltre, proprio perché libero dal desiderio e dai frutti dell’azione, l’uomo saggio ha raggiunto la pace interiore e si trova in uno stato di gioia.

Questa pace interiore gli permette di contraddistinguersi per un’altra caratteristica: accetta ogni cosa che riceve o che lo abbandona, senza attaccamento in un senso e senza rimpianti o afflizione nell’altro.

In ultimo, e a sintesi dei precedenti punti, il saggio si caratterizza per l’equanimità: non conosce né invidia né gelosia, rimane lo stesso nel successo così come nell’insuccesso.

Krishna prosegue la sua spiegazione elencando i vari tipi di sacrificio. Fra tutte le mille forme di sacrificio la più alta è il sacrificio della conoscenza: l’uomo saggio pone in essere il suo sacrificio offrendo a Dio tutto quello che fa. E’ evidente che il sacrificio di cui parla la Gita ha un carattere prettamente spirituale e non materiale. Niente purifica come la conoscenza.

Un elemento fondamentale è la fede: più l’uomo ha fede più riesce a raggiungere il dominio di se stesso.

Chi ha fede sconfigge i dubbi e l’ignoranza grazie alla spada della conoscenza.

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