Il sesto capitolo della Bhagavad Gita

Krishna ribadisce il concetto che non è con l’astenersi dall’agire che si raggiunge la perfezione, ma con la rinuncia interiore.

Nel cammino che porta fino alla vetta proprio le azioni possono portare alla liberazione e, una volta giunti in alto, il sannyasi è mosso dal mantenimento della serenità dell’animo.

Il sé individuale, con la sua tendenza all’attaccamento, può essere il peggior nemico dell’uomo, ma una volta raggiunta l’elevazione spirituale, il sé, contento dell’unione con il Sé superiore, diventa il miglior amico di se stesso.

Segue la descrizione di tecniche meditative tipiche del raja-yoga (che trovano rispondenza nelle tecniche descritte nel testo di Patanjali): scegliere un luogo né troppo alto, né troppo basso, sedersi con la schiena eretta su una pelle di daino o su una stoffa, fissare lo sguardo sulla punta del naso e rivolgere la coscienza a Dio. Così si raggiunge il nirvana, la pace suprema.

Così lo yogi, che riesce a cogliere la giusta misura e l’armonia in tutte le cose, raggiunge l’imperturbabilità d’animo, la quiete e la gioia supreme. Così lo yogi è libero da ogni sofferenza. E’ importante questo concetto di azione misurata e caratterizzata da buon senso, poiché l’elevazione spirituale non deve avvenire ponendo in essere ardite prove di forza su se stessi.

Krishna insiste sull’assenza di pensieri per una mente che ha raggiunto l’unione con il Sé e di come il cuore dello yogi sia pieno di amore incondizionato per tutte le creature, riuscendo egli a vedere in tutte esse la presenza del Divino.

Continuerà ad essere cosciente dentro della presenza del dolore, ma essendosene liberato, la sua nuova consapevolezza lo porterà ad aiutare gli altri a intraprendere il cammino dell’elevazione spirituale.

Arjuna esprime i suoi dubbi sul fatto che con questo yoga si riesca a soggiogare la mente, per natura instabile ed in perenne movimento. Krishna, pur sottolineando la durezza del cammino, riafferma con decisione che la mente ribelle può essere dominata con uno sforzo costante e sincero. Di nuovo si riscontra un parallelismo con il testo di Patanjali “citta-vritta-nirodhah: lo yoga è la sospensione delle modificazioni delle mente. Infatti i pensieri affollano la mente susseguendosi ed alternandosi, ma tra un pensiero e l’altro esiste uno spazio vuoto che è la sostanza mentale “pura”, non modificata dai pensieri. Lo sforzo dello yogi consiste nel dilatare sempre di più questo spazio fino alla scomparsa dei pensieri che “inquinano” la mente.

E cosa succede, chiede allora Arjuna, visto che il cammino è così difficile, se un uomo dopo tanti sforzi non riesce a raggiungere il pieno controllo della sua mente?

Krishna lo tranquillizza, ricorrendo di nuovo alla teoria della reincarnazione: se il suo cammino di ascesi spirituale non potrà essere concluso in questa vita l’anima continuerà il cammino da dove si era interrotto nelle vite successive. Gli sforzi fatti, dunque, non vengono persi nel nulla, ma costituiscono un “investimento” per il futuro.

Praticare lo yoga è la forma più alta di cammino spirituale, ancora più efficace della pratica dell’ascetismo. Krishna esorta Arjuna a diventare uno yogi: tra gli yogi i prediletti sono proprio coloro che esprimono la loro devozione (bhakti) per il Supremo.

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