Il secondo capitolo della Bhagavad Gita: l’immortalità dell’anima.

Il secondo capitolo si apre con l’immagine di Arjuna con le lacrime agli occhi, al quale Krishna, nell’intento di spronarlo alla battaglia, si rivolge facendo leva sul suo spirito di guerriero. Questo tentennare, spiega “il Beato”, lo sprofonderà , infatti, verso il disonore, perché la magnanimità nei confronti dei nemici non è conforme alle Scritture e sarà interpretata come mancanza di purezza (kasmalam, nel testo sanscrito).

Al contrario Arjuna pensa che sia contro i suoi principi uccidere uomini come Bhisma e Drona, verso i quali egli riesce solo a provare venerazione. Preferirebbe vivere il resto dei suoi anni come mendicante piuttosto che riportare una vittoria macchiata del sangue dei suoi maestri. In realtà le Sacre Scritture affermano che un maestro che non è più capace di discernere il bene dal male non può più essere considerato tale, e questa è la condizione in cui si trovano Bhisma e Drona, che hanno scelto di schierarsi con Duryodhana solo per ragioni di denaro. L’esser pronto a vivere come mendicante piuttosto che uccidere riporta all’attenzione del lettore quanto sia pio questo guerriero di sangue reale, che dimostra sin da questi primi versi dell’opera di aver raggiunto, nonostante il momento di angoscia, il distacco necessario all’elevazione spirituale.

Nel momento di massimo smarrimento e confusione Arjuna si affida a Krishna, chiedendogli di dirgli cosa deve fare (ritorna il concetto che nel cammino spirituale occorre sempre avere la guida di un Maestro). Poi avendo sottolineato che non gli interessano onori e ricchezze dichiara che non intende combattere.

Di rilievo è l’antitesi tra Arjuna, che si chiude nel suo infelice silenzio, e Krishna, che nel ruolo di Maestro, ma anche di amico, comincia a parlare sorridendo.
Comincia l’esposizione della tesi dell’immortalità dell’anima, contrapposta alla transitorietà del corpo; solo a quest’ultimo può essere attribuita la morte, ma l’anima passa da un corpo ad un altro. In quest’ottica gioia e dolore esistono solo per chi è attaccato al corpo, alle cose terrene, ma il saggio che ha saputo distaccarsi dalle proprie percezioni sensoriali, non conosce turbamento.
Non esiste morte o uccisione dell’anima, Arjuna non può essere lacerato dal dubbio se sia opportuno o no uccidere i corpi dei nemici, le cui anime, comunque eterne, entrano ed escono dai corpi degli esseri umani, come una persona cambia vestito. La persona saggia non può e non deve essere angustiata per questo naturale avvicendarsi di morte e rinascita.
Non dobbiamo dunque provare dispiacere per la morte del corpo, mutevole e perituro, poiché questo non influisce sull’anima individuale, immutabile ed eterna.
In questi versi è contenuto il principio filosofico del Jivatman (l’anima individuale) e dell’Atman (il Sé universale). Il Jivatman esiste solo come proiezione nel mondo materiale del Principio Assoluto, il quale, tuttavia ne rimane distinto e soprattutto rimane al di sopra dei dualismi che intervengono sulla realtà, ovvero sulla non-realtà, poiché le esperienze dei nostri sensi sono solo apparenza, proiezioni dell’unica vera Realtà. Il conflitto fratricida della Bhagavad Gita, inoltre, simboleggia il conflitto dei singoli jiva che, figli di un’unica Essenza, cadono vittime delle varie dualità, non riconoscendo più la loro vera natura. La mente confusa dal disequilibrio causato dai sensi nell’allegoria epica può essere rappresentata dal campo di battaglia e i nemici da combattere non sono all’esterno di noi essere umani, bensì al nostro interno.

Questi stessi versi riconducono ai principi filosofici dei 5 involucri energetici che hanno il loro nucleo nell’Atman. Questi involucri rappresentano diversi stadi di consapevolezza attraverso cui passa l’io individuale (ahamkara) nella via verso l’illuminazione.
Questi concetti sono alla base del samkhya e si ritrovano anche nelle Upanishad.

Arjuna deve agire secondo i principi religiosi degli ksatriya e non indietreggiare di fronte alla battaglia. La violenza alla quale egli è chiamato è solo strumentale per l’adempimento del suo dovere e per il trionfo della Giustizia. Il dovere morale di Arjuna è riscontrabile anche dal punto di vista semantico dalla radice della parola ksatriya che deriva da ksat (=aggredire) e trayate (=proteggere): i componenti del secondo Varna (gruppo sociale), i guerrieri per l’appunto, devono amministrare i veri principi, anche a costo della violenza, e proteggere gli altri esseri.
Se muore in battaglia Arjuna potrà accedere alle sfere celesti poiché ha compiuto il suo dovere, se vince avrà tutti gli onori che si convengono ad un guerriero. Se rifiuta di combattere tutti penseranno che la paura abbia avuto il sopravvento e vivere nel disonore e nell’infamia è peggio della morte per un guerriero.

Dopo aver parlato dell’immortalità dell’anima Krishna comincia la sua dissertazione sull’azione non legata al risultato.
Non bisogna mai preoccuparsi del successo o del fallimento quando si compie un’azione, ma bisogna solo preoccuparsi del compimento del proprio dovere. L’imperturbabilità dell’animo rispetto a questi due opposti si chiama yoga; attraverso lo yoga la mente diventa attenta e vigile.
La mente deve essere sempre concentrata sulla coscienza spirituale.

Krishna esorta Arjuna a distaccarsi dai tre guna che costituiscono la materia (prakriti) e di cui parlano i Veda.
I sensi sono molto forti e hanno il potere di soggiogare la mente, generare sentimenti perniciosi quali la cupidigia e la collera. Non bisogna cercare i frutti dell’azione. Lavorando sul distacco dai sensi ci si avvicina a Dio.

Lontano dalle fluttuazioni dei desideri, libero dalla ricerca dell’appagamento dei sensi, l’uomo trova la pace della mente. Chi intraprende questa via non solo non è più confuso, ma entra nel regno di Dio.

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